Il Piemonte prova a rimettere in moto le sue grandi opere. Trenta miliardi di euro in gioco e un orizzonte fissato al 2033.
Sullo sfondo, però, c’è una variabile che non dipende da Torino né da Roma: la guerra in Iran e il rischio di nuovi rincari.
Il Rapporto Oti Piemonte 2026 fotografa una regione che accelera sui cantieri dopo anni di attese e rallentamenti. Non è ancora uno scatto deciso, ma qualcosa si muove davvero. E questa volta i numeri sono più solidi rispetto al passato.
Trenta miliardi e 42 opere da chiudere entro il 2033
Le opere considerate strategiche sono 71. Di queste, 42 dovrebbero arrivare al traguardo entro il 2033 per un valore complessivo di 30 miliardi di euro. Una cifra che pesa, soprattutto in una fase in cui il tessuto produttivo regionale cerca stabilità e nuove connessioni.
Nel dettaglio, 30 cantieri risultano già avviati, 27 progetti sono in fase di progettazione, 9 sono ancora a livello di proposta e 4 opere sono state consegnate nel 2025. Per il 2026 è prevista un’ulteriore accelerazione con circa 15 infrastrutture che potrebbero essere completate, anche grazie alla spinta del Pnrr.
Non è solo una questione di numeri. Per le imprese piemontesi, le infrastrutture restano la base concreta su cui costruire competitività, logistica più efficiente e attrattività per nuovi investimenti. Il nodo metropolitano di Torino, secondo il monitoraggio, vede il 75% degli interventi procedere secondo cronoprogramma. Un dato che negli anni scorsi sarebbe stato impensabile.
Il nodo Tav e i tempi della burocrazia
Il punto più delicato resta la Tav e, in particolare, il collegamento tra Avigliana e Orbassano. La tratta è considerata un tassello centrale del corridoio Torino-Lione, ma i ritardi accumulati e la complessità delle procedure continuano a pesare.
Il vero collo di bottiglia non è tanto l’apertura dei cantieri quanto la fase di progettazione. Tempi lunghi, autorizzazioni che si intrecciano, coperture finanziarie da definire. È qui che spesso si perde slancio. E quando i progetti restano fermi troppo a lungo, cambiano le esigenze dei territori e cambiano anche i costi.
La Regione ha annunciato la creazione di un comitato di supporto per accompagnare la tratta Avigliana-Orbassano, con l’obiettivo di coinvolgere enti locali e Città metropolitana. L’idea è quella di anticipare le criticità invece di inseguirle, ma resta da capire se questo modello riuscirà davvero a ridurre i tempi.
La variabile Iran e il rischio rincari
Se la burocrazia è una zavorra nota, la guerra in Iran è una variabile nuova e imprevedibile. Il timore riguarda soprattutto l’aumento dei costi dei materiali e dell’energia. Carburanti, ferro, calcestruzzo, isolanti: basta una fiammata dei prezzi per far saltare i conti di un cantiere.
È già successo durante la pandemia e con altre crisi internazionali. I primi segnali di tensione sui trasporti marittimi e sull’approvvigionamento energetico preoccupano. Per un territorio come il Piemonte, dove la logistica è un elemento chiave, l’effetto può essere immediato.
Tradotto in termini concreti: i cantieri possono partire, ma il conto finale rischia di diventare più pesante. E quando i costi crescono, o si trovano nuove risorse oppure si rallenta. In entrambi i casi il cronoprogramma ne risente.
Cosa significa per il territorio
Per chi vive e lavora in Piemonte, la partita infrastrutturale non è astratta. Significa collegamenti ferroviari più rapidi, strade più sicure, interporti meglio connessi ai corridoi europei. Significa meno isolamento per alcune aree e più opportunità per le imprese locali.
Ma significa anche convivere con cantieri lunghi, disagi temporanei, incertezze sui tempi reali di consegna. La sensazione è che la regione stia provando a recuperare terreno dopo anni di discussioni e rinvii. Non è una rincorsa semplice.








